INFERMIERE

In un reparto di malati acuti c'erano sempre su dieci infermieri almeno due o anche tre che avevano fiuto, istinto per la psichiatria, insieme alla grande esperienza, alla sicurezza che dà la pratica.
Gli infermieri, prima delle conquiste sindacali, stavano quasi ogni giorno per otto ore continue, e a volte di più, a contatto con i malati e, quelli che ne avevano qualità, venivano a scoprire ogni sfumatura, ogni segreto, ogni variare della sintomatologia, scoprivano e imparavano il linguaggio del malato, quando simulava e quando dissimulava. I malati divenivano per loro come dei parenti dei quali si sa ogni magagna.
Con questi infermieri - sempre pochi, un dieci, dodici per cento - eccome se il medico colloquiava. Era il suo interesse, lo doveva per capire appieno, era il suo dovere.
L'infermiere era orgoglioso di collaborare, si sentiva trattato alla pari e di più era stimolato all'acutezza, alla fiducia in se stesso.
Se con altri infermieri non c'era colloquio era perché con questi non ne valeva la pena, gente che non osservava, non aveva disposizione, buona solo a bassi servizi, per custodire, pulire, impedire, non per partecipare, essere a fianco a un'anima umana travolta dalla misteriosa malattia.
(M. Tobino, Gli ultimi giorni di Magliano)

Il mio calepino medico da molti mesi è zeppo di nomi femminili; gli infermieri e i terapeuti maschi sono più ombre che persone. Una ragione c'è: la cura è femminile, per consuetudine e per istinto. La maternità connaturale alle donne le fa garbate nei gesti e capaci di ascolto. Qualità rare negli uomini che quando sono ottusi, lo sono in modo brutale. Uno ce n'era, nel mio primo ospedale, che io temevo: voce, movimenti, tutto in lui mi ripugnava, se a muovermi toccava a lui, io stavo subito male: il braccio mosso da lui doleva, la schiena si ribellava, le costole gemevano sul punto di incrinarsi.
Eppure chi, tra gli uomini, è vocato alla cura è una benedizione per i suoi assistiti.
(G. Lagorio, Càpita)

"Hoo, quante arie si danno perché fanno un clistere".
(A. Busi, Vita standard di un venditore provvisorio di collant)

Tutti si arrogano diritti su un malato: preti, medici, domestici, estranei, amici. Perfino la sua infermiera si crede in diritto di comandargli.
(Vauvenargues)

La sanità occidentale degli sprechi abbonda di eroi minori, anch'essi vittime e perfino attori dello spreco, perché compressi entro la macchina di un'informazione distorta. Si tratta della maggioranza silenziosa della sanità, delle migliaia di medici e infermieri che lavorano, non fanno carriere né rapide né napoleoniche, non curano clienti facoltosi, paganti in proprio, stringono la cinghia, abbassano la testa, tirano avanti per curare i malati, credendo in ciò che fanno. Una maggioranza che non sa di preciso in che cosa consista la sua missione, ma si ostina a esercitare correttamente e con passione il proprio mestiere, uno dei più belli, invidiabile per intensità di stimoli intellettuali, emotivi, affettivi e di gratificazioni personali e sociali.
(P. Cornaglia-Ferraris, E. Picano, Malati di spreco. Il paradosso della sanità italiana)

In questo sistema ospedaliero della carità non c'erano medici, ma infermieri, religiosi o laici, appartenenti a congregazioni chiericali o a laiche fratrie, fratres vel sorores, uomini o donne. Quel che contava è che fossero, di nome e di fatto, servi infirmorum, curanti "al servizio dei malati", assidui nell'ad-sistere, nello "stare [loro] ripetutamente accanto". Al fianco degli infermieri c'era tutt'al più qualche chirurgo, avente la stessa stoffa di quei chirurghi rurali che costituivano la sola presenza dell'arte della cura nelle campagne. In tale fase storica [metà del Trecento, ndr] il medico nella società era lungi dall'essere una figura di valore a tutto tondo [...].
(G. Cosmacini, "Il medico dei poveri" in Il mestiere di medico. Storia di una professione)

L'assistenza che offri a un malato è importante quanto la pillola che gli somministri.
(B. Trentin in B. Trentin, C. Ravaioli, Processo alla crescita)

L'infermiere disse qualche cosa al medico che annuì. Si trattava di provare al malato la camicia di forza. Trassero quell'ordigno dalla valigia e alzarono mio padre obbligandolo a star seduto sul letto.
(I. Svevo, La coscienza di Zeno)

- E i dolori come vanno? Ci sono dei dolori?
- Sì, ci sono, li ho. Ma ho imparato a tenerli a bada. Ho delle speciali medicine e cinque dottori. Cinque. Un oncologo, un urologo, uno specialista in medicina interna, un'infermiera per malati terminali e un ipnotizzatore che mi aiuta a combattere la nausea.
(P. Roth, Everyman)

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Pagina aggiornata il 03.12.07
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