SCUOLA & EDUCAZIONE

Solitario com'era, fin dal liceo si era appartato, senza lasciarsi indurre a entrare in nessun tipo di compagnia. Alle cosiddette gite scolastiche aveva sempre partecipato solo di malavoglia, e il liceo l'aveva frequentato per intero insieme agli altri, come ricordo, solo per necessità, dato che esso, così ebbe a dire molte volte, si contrapponeva del tutto alla sua natura e in particolare alla sua testa. Diceva di aver dovuto impiegare un'alta percentuale delle sue energie per difendersi dal liceo e dal suo meccanismo distruttivo, per difendersi dalla scuola in sé, visto che la scuola si contrappone alla natura di ogni singolo individuo ed è fatta solo per disgregare la natura di ogni singolo individuo e per distruggerla e in seguito poi per annientarla. Gli insegnanti e i professori li ha sempre definiti soltanto manovali addetti a questa macchina disgregatrice, distruttrice e annientatrice della natura, una macchina che ogni anno annienta il novanta per cento dell'umanità provvista di intelligenza.
(T. Bernhard, I mangia a poco)

Saper leggere la scritta di un cartellone pubblicitario e le nuvolette dei fumetti, ma non saper comprendere il lessico di un poema, questa non è alfabetizzazione.
(N. Gordimer)

Quando ci hanno messi al mondo, i nostri procreatori, ossia i nostri genitori, si trovavano in uno stato di totale ignoranza e volgarità, e dopo che siamo nati essi non riescono più a sbrigarsela, tutti i loro tentativi di sbrigarsela con noi falliscono, e così si arrendono presto, ma sempre troppo tardi, sempre soltanto nel momento in cui ormai ci hanno da gran tempo distrutti.
(T. Bernhard, L'origine)

Questi professori altro non erano che persone malate, le quali raggiungevano il vertice del loro stato morboso durante l'insegnamento, e i professori di ginnasio sono sempre ottusi e malati, o anche ottusi e malati, perché tutto ciò che quotidianamente insegnano e rovesciano sul capo delle loro vittime altro non è se non ottusità e malattia, e più precisamente un materiale d'insegnamento marcito attraverso i secoli da intendersi come malattia mentale, e avendo a che fare con un simile materiale è ovvio che le facoltà intellettuali di ogni singolo allievo si sentano soffocare.
(T. Bernhard, L'origine)

La vita è complessità. Nella società, come nell'individuo tutto ciò che è specializzazione estrema, inaridisce, impoverisce. Il matematico che conosce solo la matematica e l'economista solo l'economia non possono capire la ricchezza, la molteplicità del reale. Il sistema economico deve poggiare su numerosi pilastri e la cultura sulla pluralità e il fermento dei valori e dei saperi.
(F. Alberoni, CdS 03.03.08)

Lasciamo da parte gli insegnanti che fanno troppo malattia o non fanno niente in classe: è fin troppo facile bollarli come incapaci. Ma questi sono solo una minima parte. La maggior parte degli insegnanti è semplicemente e diligentemente mediocre. E questo è un gravissimo danno agli studenti, perché una persona mediocre farà lezioni mediocri, e non otterrà mai né di appassionare né di migliorare un ragazzo.
(P. Mastrocola)

L'istruzione è completa solo quando la teoria si confronta con l'esperienza. Io sogno una scuola in cui si studiano rigorosamente tutte le materie letterarie e scientifiche, ma poi si fa anche sport, teatro, musica, e si imparano lavori manuali come l'elettricista, il falegname, il cuoco, il giardiniere e ci si confronta con il risultato. È solo coltivando una rosa reale che mi rendo conto di quante nozioni devo conoscere e di quanta cura, quanta vigilanza devo avere. È solo facendo le cose concrete e di fronte ai risultati che imparo la responsabilità. Un insegnamento che mi servirà qualsiasi mestiere, qualsiasi professione poi io faccia.
(F. Alberoni, CdS 16.06.08)

Un giovane che voglia avere davanti a sé una ragionevole porzione di futuro dovrebbe dominare (dico "dominare", non balbettare) almeno tre livelli linguistici: il dialetto locale, quando c'è; la lingua nazionale; una lingua straniera.
(C. Augias, Leggere)

Nei Paesi dove si studia in media dodici anni c'è un livello di reddito pro capite otto volte superiore a quello dei Paesi in cui mediamente si studia la metà, vale a dire sei anni.
(T. Boeri e V. Galasso, Contro i giovani)

In un recente sondaggio, due terzi delle università Usa hanno dichiarato che, a parità di fattori, la conoscenza del greco o del latino conferisce agli studenti una marcia in più. E con ciò arriviamo alla molla più rilevante dietro al revival delle lingue classiche: il loro apprendimento ha un elevato valore formativo. Studiarle significa allenare non solo la memoria e l'attenzione per il dettaglio, ma anche le capacità logiche e di ragionamento critico. Si sviluppano in questo modo competenze generali sulle quali appoggiare le molteplici competenze specifiche che si acquisiscono in seguito o in parallelo.
(articolo "Gli americani riscoprono il latino e il greco", Corriere della Sera, 12 agosto 2008)

La riattivazione delle preconoscenze e dei prerequisiti riduce notevolmente la quantità da studiare.
I prerequisiti sono tutte quelle conoscenze di base, necessarie per acquisire conoscenze ed abilità superiori. Se uno studente possiede buoni prerequisiti, risparmierà naturalmente tempo e fatica. Con buoni prerequisiti, la quantità da studiare appare minore, mentre con scarsi prerequisiti, o "senza basi" come si dice comunemente, la quantità da studiare appare immensa e insormontabile.
(M. Polito, Guida allo studio: il metodo)

Mi piacerebbe davvero proseguire la mia educazione puramente umana, ma il sapere non ci rende né migliori né più felici. ah, se fossimo capaci di capire la coerenza di tute le cose! Ma l'inizio e la fine di tutte le scienze non sono forse avvolti di oscurità? O devo utilizzare tutte queste facoltà, queste forze, questa intera vita per conoscere tale specie d'insetto, per saper classificare tale pianta nel regno vegetale?
(H. von Kleist)

La nostra attuale Università forma in tutto il mondo una proporzione troppo grande di specialisti di discipline predeterminate, dunque artificialmente circoscritte, mentre una gran parte delle attività sociali, come lo stesso sviluppo della scienza, richiede uomini capaci di un angolo visuale molto più largo e nello stesso tempo di una messa a fuoco in profondità dei problemi, e richiede nuovi progressi che superino i confini storici delle discipline.
(Lichnerowicz)

La finalità della nostra scuola è di insegnare a ripensare il pensiero, a de-sapere ciò che si sa e a dubitare del proprio stesso dubbio, il che è l'unico modo di cominciare a credere in qualcosa.
(De Mairena)

So tutto ma non comprendo nulla.
(R. Daumal)

Occorre che il corpo insegnante si muova verso le postazioni più avanzate del pericolo che sono costituite dall'incertezza permanente del mondo.
(M. Heidegger)

Il nostro vero studio è quello della condizione umana.
(E. Rousseau, Emile)

C'è un'inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave tra i nostri saperi disgiunti, frazionati, suddivisi in discipline da un parte, e realtà o problemi sempre più polidisciplinari, trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali, planetari dall'altra. [...] Di fatto l'iperspecializzazione impedisce di vedere il globale (che frammenta in particelle) così come l'essenziale (che dissolve).
[...] La cultura ormai, non solo è frammentata in parti staccate, ma anche spezzata in due blocchi. La grande disgiunzione tra la cultura umanistica e quella scientifica, delineatasi nel XIX secolo e aggravatasi nel XX secolo, provoca gravi conseguenze per l'una e per l'altra. La cultura umanistica è una cultura generica, che attraverso la filosofia, il saggio, il romanzo alimenta l'intelligenza generale, affronta i fondamentali interrogativi umani, stimola la riflessione sul sapere e favorisce l'integrazione personale delle conoscenze. La cultura scientifica, di tutt'altra natura, separa i campi della conoscenza; suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa. La cultura umanistica tende a diventare come un mulino privato del grano costituito dalle acquisizioni scientifiche sul mondo e sulla vita, che dovrebbe alimentare i suoi grandi interrogativi; la cultura scientifica, privata di riflessività sui problemi generali e globali, diventa incapace di pensarsi e di pensare i problemi sociali e umani che pone.
Il mondo tecnico o scientifico vede la cultura umanistica solo come ornamento o lusso estetico mentre favorisce quello che Simon definiva il general problem solving, cioè l'intelligenza generale che la mente umana applica ai casi particolari. Il mondo umanistico, da parte sua, vede nella scienza solo un aggregato di saperi astratti o minacciosi.
(E. Morin, La testa ben fatta)

A scuola non si apprende che cosa dicono le opere, ma che cosa dicono i critici.
(T. Todorov, La letteratura in pericolo)

[...] Il sospetto è che la scuola elementare di oggi, pur essendo perfetta come luogo di socializzazione e di ricreazione, sia ben poco capace di trasmettere conoscenze e formare capacità, ivi compresa la capacità di concentrarsi, di ordinare le idee, di autovalutarsi, di mettere impegno in attività non immediatamente gratificanti.
[...] Forse la cattiva fama della scuola media inferiore e dei suoi insegnanti è in parte immeritata: è vero, i risultati dei ragazzi delle medie sono pessimi, ma forse lo sono proprio perché la scuola elementare - con la sua impostazione ludica - non li prepara alle prove che dovranno affrontare quando entreranno in un mondo vero, meno protetto, in cui ci sono anche frustrazioni e si deve essere capaci di studiare da soli (cosa che molti bambini non imparano mai a fare: un effetto perverso del tempo pieno?).
(L. Ricolfi, La Stampa, 25 settembre 2008)

[...] sotto l'occhio del maestro in procinto di interrogare, la scolaresca che non sa la lezione fa una faccia estranea e indifferente, a fiato sospeso e in un silenzio immoto, che per nasconder la paura di ognuno, scopre quella di tutti.
(R. Bacchelli, Il mulino del Po)

Ormai i ragazzi si buttano a capofitto in professioni che hanno scelto nella culla. Che ne era stato dei tentativi a vuoto?
(J. McInerney, Si spengono le luci)

Fra una persona che ha fatto l'università ma non legge, e una con una scolarità inferiore ma che ha l'abitudine di leggere, la seconda parla e scrive meglio.
(F. Alberoni)

Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni [...] l'azione del bullo nei confronti della vittima è compiuta in modo intenzionale e ripetuto.
(D. Olweus)

Le indiscriminate letture di anni (tanto disapprovate da Ailo, ai tempi di Whale Bay), l'accumulo di notizie e di informazioni raccolte, la sua curiosità onnivora e la rapida assimilazione ora si rivelavano utili.
(A. Munro, In fuga)

[...] era stata mandata a una facoltà tecnica e non a un normale corso universitario perché, le si diceva, doveva rendersi utile, e [...] ora invece - così sosteneva -avrebbe dato qualunque cosa per essersi farcita la testa esclusivamente, o prima di tutto, di nozioni inutili.
(A. Munro, In fuga)

Vedevo riaffiorare nei bambini i tratti somatici della mollezza e della vanità dei genitori, di quella loro malattia morale fatta di noia e privilegio, su uno sfondo di coazione agli stessi gesti. Bimbi dannati a fare i notai, i commercialisti, gli ingegneri, gli avvocati, i medici; senza sospettare nemmeno che, nel calcolo della sorte, esistessero anche lo scenografo, la cantante, la ballerina, il fotografo, il poeta, la pianista, l'arredatore, il comico, lo scienziato. Meno che mai il don Giovanni o la grande seduttrice.
(R. Pazzi, Le città del dottor Malaguti)

È possibile concepire qualcosa di più orribile del governo dei professori?
(G. Sorel, Le procès de Socrate)

Se serve a farti dire che ti sei laureato, è un conto. Se deve invece servire a te e al tuo Paese, il conto è un altro. Il nostro sistema non forma la classe dirigente. Non prevede un percorso utile a dare nozioni e strumenti agli italiani potenzialmente in grado di guidare il Paese.
(G. Floris, La fabbrica degli ignoranti)

[...] gli studenti ritengono l'università una serie di esami scollegati tra loro e dimenticano i manuali che hanno studiato a poche settimane dall'esame.
(F. Andreatta)

[...] prendiamoci quello che non ci è mai stato dato: il nostro liceo, quello classico, quello antico, con il suo greco e il suo latino, con le sue grammatiche grosse così, con il suo riposante nozionismo becero e cieco, con le poesie imparate a memoria, con quei corposi sillogismi aristotelici di otto righe, con tutte le versioni del Pantodapòi Karpòi, anche quelle di Isocrate, il liceo che doveva procurarci il "pàthei màthos", la conoscenza attraverso la sofferenza.
(D. Marani, Il compagno di scuola)

Un'onesta e fedele divulgazione è la base di ogni seria cultura, perché nessuno può conoscere di prima mano tutto ciò che sarebbe, anzi è necessario conoscere.
(C. Magris, Alfabeti. Saggi di letteratura)

La globalizzazione rende sempre più indispensabile l'istituzione di un canone universale comune, l'elaborazione di un nucleo di conoscenze e valori fondanti per tutti, al di là di ogni frontiera di civiltà. Ma il processo di globalizzazione favorisce e insieme ostacola la formazione di questa base condivisa, mai necessaria come oggi; il vorticoso sovraffollarsi di informazioni, stimoli e cambiamenti si autocancella di continuo, mutila la memoria, disintegra il tessuto culturale comune. Proprio il rimescolamento universale e le straordinarie innovazioni tecnologiche richiederebbero, in una forma aggiornata e allargata alle nuove conoscenze, il vecchio liceo universalistico, che da noi le farraginose riforme degli ultimi anni si sono affannate a smantellare.
(C. Magris, "La Cina è vicina?" in L'infinito viaggiare)

[...] mi buttai sui libri [...] con la passione, il disordine e la voluttà che fruttano a chi studia cento volte più che cento anni di scuola.
(G. Rodari, Grammatica della fantasia)

Chi erano i miei allievi? Alcuni di loro il genere di allievo che ero stato io alla loro età e che si trova un po' in tutti gli istituti dove approdano i ragazzi e le ragazze eliminati dai licei rispettabili. Molti erano ripetenti e avevano scarsa stima di se stessi. Altri si sentivano semplicemente tagliati fuori, esclusi dal sistema. Alcuni avevano perduto del tutto il senso dello sforzo, della durata, della costrizione, insomma dell'impegno; lasciavano semplicemente che la vita se ne andasse, dedicandosi, a partire dagli anni ottanta, a un consumismo sfrenato, non sapendo avvalersi di loro stessi e affidandosi solo a ciò che era loro estraneo (la riflessione di Rousseau, trasferita sul piano materiale, non li aveva lasciati indifferenti).
E tutti, ovviamente, erano casi particolari.

(D. Pennac, Diario di scuola)

Affinché avessero una possibilità di farcela, occorreva reinsegnare loro il concetto stesso di sforzo, restituire loro il piacere della solitudine e del silenzio, e soprattutto il controllo del tempo, quindi della noia.
(D. Pennac, Diario di scuola)

Pessimum magistrum memet ipsum habeo.
traduzione: Ho un pessimo maestro in me stesso.
(San Girolamo)

[...] abbiamo un esercito di giovani che, per il fatto di avere un titolo di studio relativamente elevato (diploma o laurea), aspirano a un posto di lavoro di qualità, ma per il fatto di essere più ignoranti del giusto difficilmente riescono a trovare quello che cercano. Un sistema di istruzione ipocritamente generoso illude i giovani e ne innalza il livello di aspirazione, un mercato del lavoro spietato li riporta alla realtà. [...] gli italiani pretendono di lavorare in posti adeguati alla loro istruzione formale, e raramente si chiedono se c'è una ragionevole corrispondenza con la loro istruzione effettiva.
(L. Ricolfi, "Cari bamboccioni impreparati", La Stampa 19.01.2010)

Per copiare davvero ci vuole intelligenza e rapidità, bisogna saper fare connessioni, stabilire analogie, intravvedere soluzioni, essere intuitivi. Copiare è come inventare. Meglio, è il secondo stadio del missile dell'invenzione.
[...] Tutti copiano, ma solo alcuni, più fortunati e abili, ci riescono davvero. Viva i copiatori!

(M. Belpoliti, "Non è sempre truffa, a volte c'è anche il genio", La Stampa 09.04.2010)

L'esigenza di rimuovere la violenza e di portare nella scuola la serietà, l'impegno, il rigore è unanimemente condivisa nel paese. È sostenuta dai media, non senza enfasi retorica, coerentemente con l'opzione per una scuola che educhi alla legalità e alla cittadinanza.
[...] Ma nelle aule scolastiche qual è lo stato dei valori dell'onestà, dell'imparzialità, della correttezza e della lealtà, che appartengono ai fondamentali del repertorio educativo della scuola né più né meno che il ripudio della violenza?
Quando dalle affermazioni di principio si tratta di scendere nel concreto e di tradurre i valori in norme specifiche, ciò che appariva chiarissimo si appanna. A prima vista pare giusto e ovvio considerare come devianti certi comportamenti come copiare in classe o farsi recapitare il compito da fuori, ma presto ci si accorge che siamo entrati in un territorio pieno di ambiguità, irto di distinguo, di "se" e di "ma", pervaso di sottintesi e silenzi.
(M. Dei, Ragazzi, si copia. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane)

A scuola ero campione mondiale di copiatura: credo di non avere rivali per tecniche e sofisticatezza. Questo dimostra che anche chi copia ha speranza, perché anche così qualcosa si impara.
(L. Cordero di Montezemolo)

L'escalation dei titoli di studio ci dà l'impressione di vivere in una società sempre più colta, i cui membri sono in grado di offrire prestazioni cognitive impensabili per l'ignorante generazione che li ha preceduti. [...] Non sarà che la nostra società, presa nel suo complesso, sta comprando un grado più alto di istruzione soltanto per raggiungere vette più alte di stupidità?
(M. Crawford, Il lavoro manuale come medicina dell'anima)

Gli aspetti esteriori dell'educazione, quali voti, crediti e diplomi, assumono un ruolo più importante di quelli sostanziali, dal momento che la conquista di questi distintivi di merito è più importante che imparare effettivamente qualcosa. [...] Il momento didattico in sé e per sé si squalifica rispetto a quello, socialmente più rilevante, della valutazione, la quale conta di più per le sue conseguenze sociali che per il suo senso pedagogico.
(D. Labaree)

Non ho mai permesso che la scuola interferisse con la mia educazione.
(M. Twain)

M'affacciavo all'aula dove gli appollaiati su passavano il bignami nello svaccamento dell'analfabetismo sereno.
(W. Siti, Un dolore normale)

Da Petronio a Rabelais son passati secoli e secoli, più d'un millennio, ma la sostanza non cambia: la scuola rincoglionisce!
(A. Banda, Scusi, prof, ho sbagliato romanzo)

Il comportamento pretenzioso fortemente narcisista ostentato da molti bambini e giovani è uno dei maggiori problemi pedagogici degli ultimi decenni. Scarsa propensione alla fatica, ricerca del divertimento, autocompassione e uno sfrenato consumismo caratterizzano la vita di gran parte degli adolescenti. Ovviamente alcol, droghe e sigarette sono endemici al processo di crescita e contribuiscono a loro volta a una maggiore trascuratezza fisica e morale.
(B. Bueb, Elogio della disciplina)

L'educazione non è altro che amore ed esempio.
(F. Fröbel)

La scuola d'obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori.
(P.P. Pasolini, Lettere luterane)

Scolarizzare una popolazione non è esattamente la stessa cosa che educarla e migliorarne la mentalità e i comportamenti pubblici. Sembra anzi (De Mauro lo segnala senza concluderne nulla) che le società il cui sviluppo è incrementato dalla scolarizzazione rovinano poi culturalmente chi esce dalla scuola. La scuola alfabetizza, la società de-alfabetizza. Il 38% degli adulti in Italia hanno gravi deficit di lettura, scrittura e calcolo. 
(A. Berardinelli, "Mastrocola e De Mauro: due tesi, entrambe giuste, entrambe sbagliate",
Avvenire, 21.05.2011)

Non accade quasi mai [...] che un insegnante presenti ai suoi studenti "temi" scritti da lui o da altri adulti come esemplari per avviare o approfondire un'attività pratica di redazione di testi.
(L. Serianni, G. Benedetti,
Scritti sui banchi. L'italiano a scuola tra alunni e insegnanti)

Procedendo [...] di classe in classe, noi imparavamo a scansar gli spropositi; ma quanto a ricchezza di lingua non si faceva quasi nessun acquisto, e si continuava a rimpastare nel liceo, presso a poco, lo stesso materiale linguistico che s'era usato nelle prime scuole, a scrivere, cioè, un italiano misero, scolorito, rachitico, senza forza e senza finezza, e senza alcun sentore di distinzione fra il linguaggio accademico e il familiare, come lo scriverebbe un francese o uno spagnolo che avesse studiato la nostra lingua sui libri, quel tanto che è necessario per capire e farsi capire senza far ridere.
(E. De Amicis)

Bisogna restaurare l'autorità che hanno conosciuto i nostri nonni a scuola? Io penso che dobbiamo lasciarci il passato alle spalle e che le cose che hanno funzionato bene un tempo forse saranno meno efficaci adesso e in futuro. Penso che stia all'adulto affermarsi e imporre le proprie regole secondo i propri valori, ma non in nome di una moda sorpassata e che consiste nell'essere più severi con gli studenti. Benché la mancanza di assiduità, di rispetto e molti altri fattori che sono la causa di questa rimessa in discussione siano spesso presenti all'interno degli istituti, restaurare di nuovo l'autorità a cui erano abituati i nostri avi sarebbe la soluzione giusta? Io non credo. I giovani d'oggi non accetterebbero un'autorità di questo tipo. Non potrebbero neanche immaginarla. Questa nuova generazione nella maggior parte dei casi non è favorevole ai provvedimenti punitivi, una pressione costante e inopportuna, ne ha già abbastanza così.
(F. Bégaudeau,
La classe)

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