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| SCUOLA & EDUCAZIONE |
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Solitario com'era, fin dal liceo
si era appartato, senza lasciarsi indurre a entrare in nessun tipo
di compagnia. Alle cosiddette gite scolastiche aveva sempre
partecipato solo di malavoglia, e il liceo l'aveva frequentato per
intero insieme agli altri, come ricordo, solo per necessità, dato
che esso, così ebbe a dire molte volte, si contrapponeva del tutto
alla sua natura e in particolare alla sua testa. Diceva di aver
dovuto impiegare un'alta percentuale delle sue energie per
difendersi dal liceo e dal suo meccanismo distruttivo, per
difendersi dalla scuola in sé, visto che la scuola si contrappone
alla natura di ogni singolo individuo ed è fatta solo per
disgregare la natura di ogni singolo individuo e per distruggerla e
in seguito poi per annientarla. Gli insegnanti e i professori li ha
sempre definiti soltanto manovali addetti a questa macchina
disgregatrice, distruttrice e annientatrice della natura, una
macchina che ogni anno annienta il novanta per cento dell'umanità
provvista di intelligenza. Saper leggere la scritta di un cartellone pubblicitario e le
nuvolette dei fumetti, ma non saper comprendere il lessico di un
poema, questa non è alfabetizzazione. Quando ci hanno messi al mondo, i nostri procreatori, ossia i
nostri genitori, si trovavano in uno stato di totale ignoranza e
volgarità, e dopo che siamo nati essi non riescono più a
sbrigarsela, tutti i loro tentativi di sbrigarsela con noi falliscono,
e così si arrendono presto, ma sempre troppo tardi, sempre soltanto
nel momento in cui ormai ci hanno da gran tempo distrutti. Questi professori altro non erano che persone malate, le quali
raggiungevano il vertice del loro stato morboso durante
l'insegnamento, e i professori di ginnasio sono sempre ottusi e
malati, o anche ottusi e malati, perché tutto ciò che
quotidianamente insegnano e rovesciano sul capo delle loro vittime
altro non è se non ottusità e malattia, e più precisamente un materiale
d'insegnamento marcito attraverso i secoli da intendersi come
malattia mentale, e avendo a che fare con un simile materiale è
ovvio che le facoltà intellettuali di ogni singolo allievo si
sentano soffocare. La vita è complessità. Nella società, come nell'individuo
tutto ciò che è specializzazione estrema, inaridisce, impoverisce.
Il matematico che conosce solo la matematica e l'economista solo
l'economia non possono capire la ricchezza, la molteplicità del
reale. Il sistema economico deve poggiare su numerosi pilastri e la
cultura sulla pluralità e il fermento dei valori e dei saperi. Lasciamo da parte gli insegnanti che fanno troppo malattia o
non fanno niente in classe: è fin troppo facile bollarli come
incapaci. Ma questi sono solo una minima parte. La maggior parte
degli insegnanti è semplicemente e diligentemente mediocre. E
questo è un gravissimo danno agli studenti, perché una persona
mediocre farà lezioni mediocri, e non otterrà mai né di
appassionare né di migliorare un ragazzo. L'istruzione è completa solo quando la teoria si confronta
con l'esperienza. Io sogno una scuola in cui si studiano
rigorosamente tutte le materie letterarie e scientifiche, ma poi si
fa anche sport, teatro, musica, e si imparano lavori manuali come
l'elettricista, il falegname, il cuoco, il giardiniere e ci si
confronta con il risultato. È solo coltivando una rosa reale che mi
rendo conto di quante nozioni devo conoscere e di quanta cura,
quanta vigilanza devo avere. È solo facendo le cose concrete e di
fronte ai risultati che imparo la responsabilità. Un insegnamento
che mi servirà qualsiasi mestiere, qualsiasi professione poi io
faccia. (C. Augias, Leggere) Nei Paesi dove si studia in media dodici anni c'è un livello
di reddito pro capite otto volte superiore a quello dei Paesi in cui
mediamente si studia la metà, vale a dire sei anni. In un recente sondaggio, due terzi delle università Usa hanno
dichiarato che, a parità di fattori, la conoscenza del greco o del
latino conferisce agli studenti una marcia in più. E con ciò
arriviamo alla molla più rilevante dietro al revival delle lingue
classiche: il loro apprendimento ha un elevato valore formativo.
Studiarle significa allenare non solo la memoria e l'attenzione per
il dettaglio, ma anche le capacità logiche e di ragionamento
critico. Si sviluppano in questo modo competenze generali sulle
quali appoggiare le molteplici competenze specifiche che si
acquisiscono in seguito o in parallelo. La riattivazione delle preconoscenze e dei prerequisiti riduce
notevolmente la quantità da studiare. Mi piacerebbe davvero proseguire la mia educazione puramente umana,
ma il sapere non ci rende né migliori né più felici. ah, se fossimo
capaci di capire la coerenza di tute le cose! Ma l'inizio e la fine di
tutte le scienze non sono forse avvolti di oscurità? O devo utilizzare
tutte queste facoltà, queste forze, questa intera vita per conoscere tale
specie d'insetto, per saper classificare tale pianta nel regno vegetale? La nostra attuale Università forma in tutto il mondo una proporzione
troppo grande di specialisti di discipline predeterminate, dunque
artificialmente circoscritte, mentre una gran parte delle attività
sociali, come lo stesso sviluppo della scienza, richiede uomini capaci di
un angolo visuale molto più largo e nello stesso tempo di una messa a
fuoco in profondità dei problemi, e richiede nuovi progressi che superino
i confini storici delle discipline. La finalità della nostra scuola è di insegnare a ripensare il
pensiero, a de-sapere ciò che si sa e a dubitare del proprio stesso
dubbio, il che è l'unico modo di cominciare a credere in qualcosa. So tutto ma non comprendo nulla. Occorre che il corpo insegnante si muova verso le postazioni più
avanzate del pericolo che sono costituite dall'incertezza permanente del
mondo. Il nostro vero studio è quello della condizione umana. C'è un'inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave tra
i nostri saperi disgiunti, frazionati, suddivisi in discipline da un
parte, e realtà o problemi sempre più polidisciplinari,
trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali, planetari
dall'altra. [...] Di fatto l'iperspecializzazione impedisce di
vedere il globale (che frammenta in particelle) così come l'essenziale
(che dissolve). A scuola non si apprende che cosa dicono le opere, ma che cosa
dicono i critici. [...] Il sospetto è che la scuola elementare di oggi, pur
essendo perfetta come luogo di socializzazione e di ricreazione, sia
ben poco capace di trasmettere conoscenze e formare capacità, ivi
compresa la capacità di concentrarsi, di ordinare le idee, di
autovalutarsi, di mettere impegno in attività non immediatamente
gratificanti. [...] sotto l'occhio del maestro in procinto di interrogare, la
scolaresca che non sa la lezione fa una faccia estranea e
indifferente, a fiato sospeso e in un silenzio immoto, che per
nasconder la paura di ognuno, scopre quella di tutti. Ormai i ragazzi si buttano a capofitto in professioni che
hanno scelto nella culla. Che ne era stato dei tentativi a vuoto? Fra una persona che ha fatto l'università ma non legge, e una
con una scolarità inferiore ma che ha l'abitudine di leggere, la
seconda parla e scrive meglio. Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è
prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel
corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno
o più compagni [...] l'azione del bullo nei confronti della vittima
è compiuta in modo intenzionale e ripetuto. Le indiscriminate letture di anni
(tanto disapprovate da Ailo, ai tempi di Whale Bay), l'accumulo di
notizie e di informazioni raccolte, la sua curiosità onnivora e la
rapida assimilazione ora si rivelavano utili. [...] era stata mandata a una facoltà tecnica e non a un
normale corso universitario perché, le si diceva, doveva rendersi
utile, e [...] ora invece - così sosteneva -avrebbe dato qualunque
cosa per essersi farcita la testa esclusivamente, o prima di tutto,
di nozioni inutili. Vedevo riaffiorare nei bambini i
tratti somatici della mollezza e della vanità dei genitori, di
quella loro malattia morale fatta di noia e privilegio, su uno
sfondo di coazione agli stessi gesti. Bimbi dannati a fare i notai,
i commercialisti, gli ingegneri, gli avvocati, i medici; senza
sospettare nemmeno che, nel calcolo della sorte, esistessero anche
lo scenografo, la cantante, la ballerina, il fotografo, il poeta, la
pianista, l'arredatore, il comico, lo scienziato. Meno che mai il
don Giovanni o la grande seduttrice. È possibile concepire qualcosa
di più orribile del governo dei professori? Se serve a farti dire che ti sei
laureato, è un conto. Se deve invece servire a te e al tuo Paese,
il conto è un altro. Il nostro sistema non forma la classe
dirigente. Non prevede un percorso utile a dare nozioni e strumenti
agli italiani potenzialmente in grado di guidare il Paese. [...] gli studenti ritengono
l'università una serie di esami scollegati tra loro e dimenticano i
manuali che hanno studiato a poche settimane dall'esame. [...] prendiamoci quello che non
ci è mai stato dato: il nostro liceo, quello classico, quello
antico, con il suo greco e il suo latino, con le sue grammatiche
grosse così, con il suo riposante nozionismo becero e cieco, con le
poesie imparate a memoria, con quei corposi sillogismi aristotelici
di otto righe, con tutte le versioni del Pantodapòi Karpòi,
anche quelle di Isocrate, il liceo che doveva procurarci il "pàthei
màthos", la conoscenza attraverso la sofferenza. Un'onesta e fedele divulgazione
è la base di ogni seria cultura, perché nessuno può conoscere di
prima mano tutto ciò che sarebbe, anzi è necessario conoscere. La globalizzazione rende sempre
più indispensabile l'istituzione di un canone universale comune, l'elaborazione
di un nucleo di conoscenze e valori fondanti per tutti, al di là di
ogni frontiera di civiltà. Ma il processo di globalizzazione
favorisce e insieme ostacola la formazione di questa base condivisa,
mai necessaria come oggi; il vorticoso sovraffollarsi di
informazioni, stimoli e cambiamenti si autocancella di continuo,
mutila la memoria, disintegra il tessuto culturale comune. Proprio
il rimescolamento universale e le straordinarie innovazioni
tecnologiche richiederebbero, in una forma aggiornata e allargata
alle nuove conoscenze, il vecchio liceo universalistico, che da noi
le farraginose riforme degli ultimi anni si sono affannate a
smantellare. [...] mi buttai sui libri [...]
con la passione, il disordine e la voluttà che fruttano a chi
studia cento volte più che cento anni di scuola. Chi erano i miei allievi? Alcuni
di loro il genere di allievo che ero stato io alla loro età e che
si trova un po' in tutti gli istituti dove approdano i ragazzi e le
ragazze eliminati dai licei rispettabili. Molti erano ripetenti e
avevano scarsa stima di se stessi. Altri si sentivano semplicemente
tagliati fuori, esclusi dal sistema. Alcuni avevano perduto del
tutto il senso dello sforzo, della durata, della costrizione,
insomma dell'impegno; lasciavano semplicemente che la vita se ne
andasse, dedicandosi, a partire dagli anni ottanta, a un consumismo
sfrenato, non sapendo avvalersi di loro stessi e affidandosi solo
a ciò che era loro estraneo (la riflessione di Rousseau,
trasferita sul piano materiale, non li aveva lasciati indifferenti). Affinché avessero una
possibilità di farcela, occorreva reinsegnare loro il concetto
stesso di sforzo, restituire loro il piacere della solitudine e del
silenzio, e soprattutto il controllo del tempo, quindi della noia.
Pessimum magistrum memet ipsum habeo.
[...] abbiamo un esercito di giovani che, per il fatto di avere
un titolo di studio relativamente elevato (diploma o laurea),
aspirano a un posto di lavoro di qualità, ma per il fatto di essere
più ignoranti del giusto difficilmente riescono a trovare quello
che cercano. Un sistema di istruzione ipocritamente generoso illude
i giovani e ne innalza il livello di aspirazione, un mercato del
lavoro spietato li riporta alla realtà. [...] gli italiani
pretendono di lavorare in posti adeguati alla loro istruzione
formale, e raramente si chiedono se c'è una ragionevole
corrispondenza con la loro istruzione effettiva.
Per copiare davvero ci vuole intelligenza e rapidità, bisogna
saper fare connessioni, stabilire analogie, intravvedere soluzioni,
essere intuitivi. Copiare è come inventare. Meglio, è il secondo
stadio del missile dell'invenzione. L'esigenza di rimuovere la violenza e di portare nella scuola
la serietà, l'impegno, il rigore è unanimemente condivisa nel
paese. È sostenuta dai media, non senza enfasi retorica,
coerentemente con l'opzione per una scuola che educhi alla legalità
e alla cittadinanza. A scuola ero campione mondiale di copiatura: credo di non
avere rivali per tecniche e sofisticatezza. Questo dimostra che
anche chi copia ha speranza, perché anche così qualcosa si impara. L'escalation dei titoli di studio ci dà l'impressione di
vivere in una società sempre più colta, i cui membri sono in grado
di offrire prestazioni cognitive impensabili per l'ignorante
generazione che li ha preceduti. [...] Non sarà che la nostra
società, presa nel suo complesso, sta comprando un grado più
alto di istruzione soltanto per raggiungere vette più alte di
stupidità? Gli aspetti esteriori dell'educazione, quali voti, crediti e
diplomi, assumono un ruolo più importante di quelli sostanziali,
dal momento che la conquista di questi distintivi di merito è più
importante che imparare effettivamente qualcosa. [...] Il momento
didattico in sé e per sé si squalifica rispetto a quello,
socialmente più rilevante, della valutazione, la quale conta di
più per le sue conseguenze sociali che per il suo senso pedagogico. Non ho mai permesso che la scuola interferisse con la mia
educazione. M'affacciavo all'aula dove gli appollaiati su passavano il
bignami nello svaccamento dell'analfabetismo sereno. Da Petronio a Rabelais son passati secoli e secoli, più d'un
millennio, ma la sostanza non cambia: la scuola rincoglionisce! Il comportamento pretenzioso fortemente narcisista ostentato
da molti bambini e giovani è uno dei maggiori problemi pedagogici
degli ultimi decenni. Scarsa propensione alla fatica, ricerca del
divertimento, autocompassione e uno sfrenato consumismo
caratterizzano la vita di gran parte degli adolescenti. Ovviamente
alcol, droghe e sigarette sono endemici al processo di crescita e
contribuiscono a loro volta a una maggiore trascuratezza fisica e
morale. L'educazione non è altro che amore ed esempio. La scuola d'obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità
di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili,
stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori. Scolarizzare
una popolazione non è esattamente la stessa cosa che educarla e
migliorarne la mentalità e i comportamenti pubblici. Sembra anzi
(De Mauro lo segnala senza concluderne nulla) che le società il cui
sviluppo è incrementato dalla scolarizzazione rovinano poi
culturalmente chi esce dalla scuola. La scuola alfabetizza, la
società de-alfabetizza. Il 38% degli adulti in Italia hanno gravi
deficit di lettura, scrittura e calcolo. Non
accade quasi mai [...] che un insegnante presenti ai suoi studenti
"temi" scritti da lui o da altri adulti come esemplari per
avviare o approfondire un'attività pratica di redazione di testi. Procedendo
[...] di classe in classe, noi imparavamo a scansar gli spropositi;
ma quanto a ricchezza di lingua non si faceva quasi nessun acquisto,
e si continuava a rimpastare nel liceo, presso a poco, lo stesso
materiale linguistico che s'era usato nelle prime scuole, a
scrivere, cioè, un italiano misero, scolorito, rachitico, senza
forza e senza finezza, e senza alcun sentore di distinzione fra il
linguaggio accademico e il familiare, come lo scriverebbe un
francese o uno spagnolo che avesse studiato la nostra lingua sui
libri, quel tanto che è necessario per capire e farsi capire senza
far ridere. Bisogna
restaurare l'autorità che hanno conosciuto i nostri nonni a scuola?
Io penso che dobbiamo lasciarci il passato alle spalle e che le cose
che hanno funzionato bene un tempo forse saranno meno efficaci
adesso e in futuro. Penso che stia all'adulto affermarsi e imporre
le proprie regole secondo i propri valori, ma non in nome di una
moda sorpassata e che consiste nell'essere più severi con gli
studenti. Benché la mancanza di assiduità, di rispetto e molti
altri fattori che sono la causa di questa rimessa in discussione
siano spesso presenti all'interno degli istituti, restaurare di
nuovo l'autorità a cui erano abituati i nostri avi sarebbe la
soluzione giusta? Io non credo. I giovani d'oggi non accetterebbero
un'autorità di questo tipo. Non potrebbero neanche immaginarla.
Questa nuova generazione nella maggior parte dei casi non è
favorevole ai provvedimenti punitivi, una pressione costante e
inopportuna, ne ha già abbastanza così. 1 | 2 | |
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