Cesare Pavese, La casa in collina, Einaudi, 1999

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copertinaOra che ho visto cos'è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: "E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?" Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.

Corrado, un insegnante quarantenne di origini contadine, trova rifugio in una villa sulle colline piemontesi ai pericoli della guerra che avvampa nelle città.
Lo accudiscono due attempate signore di estrazione borghese: Elvira, una materna zitella di mezza età segretamente innamorata del professore, ma che lui tratta con indifferenza, quasi con fastidio, e la vecchia madre di lei.

In una delle sue quotidiane passeggiate in collina, accompagnato dall'inseparabile cane Belbo, Corrado fa meta all'osteria le Fontane, dove incontra un vecchio amore di gioventù, Cate, che qui vive con la nonna e il figlioletto Dino.
L'osteria, gestita dall'anziano Gregorio, è frequentata da Fonso, un operaio giovane e focoso e dai suoi amici.

Corrado è come conquistato dal clima vitale che si respira alle Fontane, riprende il dialogo con Cate, molto maturata nel frattempo dalle esperienze di vita e per nulla intimidita dalla istruzione del professore. Inoltre, Corrado si affeziona a Dino, nel quale trova somiglianze con se stesso bambino e del quale spesso sospetta e vagheggia di essere il padre.

Quando la guerra finisce, ha inizio un periodo ancora più doloroso. Fonso e l'amico Nando si danno alla lotta partigiana e, catturati, vengono deportati insieme a Cate. Del loro destino non si saprà più nulla.
Corrado, invece, troverà prima rifugio in un convento a Chieri, poi compirà un periglioso ritorno a casa fra gli orrori e le devastazioni della guerra civile. Un viaggio che sarà per lui motivo di dolorosa riflessione e maturazione interiore. Dino, al contrario, indomito e coraggioso, fuggirà dal convento per andare alla ricerca di Fonso e della madre.

Altro significativo personaggio della vicenda è l'ingegner Giorgi che dapprima Corrado conosce come giovane e convinto combattente fascista e poi, dopo un'evoluzione di coscienza che non abdica però alle necessità dell'azione, come comandante partigiano.

La casa in collina è un romanzo breve, fortemente autobiografico, che verrà pubblicato alla fine del 1948.
Si fa apprezzare per il racconto, obiettivo, dell'Italia degli anni Quaranta, un Paese dilaniato e allo sbando, pieno di poveri, di disperati e di senzatetto, ma animato da una irriducibile volontà di vivere e da un oscura speranza di riscatto che gli umili intravedono nel socialismo.

Stupendo è il paesaggio del Piemonte sulla cui lirica e nel contempo asciutta descrizione spesso indugia Pavese, la terra dissodata, i campi coltivati, i vigneti, i boschi, gli effluvi del suolo, la luna, la notte, il gelo invernale e il sole cocente. Spesso il paesaggio, la natura assumono un valore simbolico, correlato sovente ai vivi ricordi d'infanzia del protagonista. 

Un protagonista, Corrado, che è anche il narratore dell'intera vicenda e che a me è parso un personaggio particolarmente riuscito, capace di rappresentare molti dei temi e dei problemi della narrativa di Pavese: la gioventù come inquieto limbo in attesa di qualcosa di importante che deve avvenire ("Si aspettava qualcosa che non veniva mai"), i rapporti difficili e tormentati con le donne, una concezione dell'amore assolutamente priva di illusioni, spesso vissuto come manifestazione di opposti egoismi, il sesso come motore del rapporto uomo-donna e soprattutto la solitudine, il desiderio ("A me piaceva cenar solo, nella stanza oscurata, solo e dimenticato, tendendo l'orecchio, ascoltando la notte, sentendo il tempo passare") e l'ineluttabilità dello stare soli ("Succede a tutti, -continuai-, Si passano insieme dei mesi, degli anni, poi succede. Si perde un appuntamento, si cambia casa, e uno che vedevi tutti i giorni non sai nemmeno più chi sia. Tutti un bel giorno siamo soli. (...) Inutile piangere. Si nasce e si muore da soli"), un pessimismo spesso quasi nichilistico ("Padre, madre e figliuoli, tutto viene per caso") che permea molte pagine del romanzo. 

Inoltre si avverte, nel romanzo, il contrasto fra l'istinto vitale e immediato di alcuni personaggi (Fonso, Nando, Cate) che sembrano vivere in maniera irriflessa, ma autentica, e il cerebralismo di Corrado, fatto di parole, riflessioni, dubbi, contorsioni, chiusure, riserve mentali che a volte sfociano nella viltà ("Lo dice anche Fonso: 'Conta quello che si fa, non che si dice'").

Questi motivi bastano, da soli, a rendere Pavese ancora attuale e gradito ai giovani, spesso così inclini a percepire con amplificata intensità i problemi dettati dall'insicurezza, dalla precarietà, dalla inquietudine vitale, spesso legate all'età. 

La prosa di Pavese risente della lezione americana ed è aspra, ruvida, virile e precisa. Mi sembra tuttora elegante e attuale, malgrado il passaggio degli anni e delle mode culturali.

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