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Mario Tobino, Per le antiche scale, Mondadori, 2001
| N a r r a t i v a |
Nella produzione narrativa di Tobino assume
particolare rilievo quella cosiddetta professionale, inerente il suo lavoro di
psichiatra al manicomio di Lucca. Per le antiche scale, pubblicato
per la prima volta nel 1972, rappresenta un
importante tassello di tale produzione. Una serie di racconti che hanno
come filo conduttore la follia, il suo mistero, il suo impadronirsi degli
esseri umani "come le termiti che si sono impadronite di una
trave". Nella schizofrenia, che è la forma più frequente
di pazzia, l'essere umano si scinde in due; possiede, a saperle ascoltare,
due voci. Talvolta qualche personaggio del libro arriva addirittura a
rendersi conto di stare scivolando nella follia, come la suora che improvvisamente
si trova a bestemmiare Gesù allo stesso modo dei marinai
che sta assistendo. Sentendosi inopinatamente precipitare nel gorgo della malattia
mentale, "divisa in due persone", essa esclama straziata e
terrorizzata: "Questa è follia, follia. Per quanto sarò incatenata?
Che mi è successo? [...] Dio mio aiutami".
Anche se nelle pagine di Tobino la pazzia viene evocata con locuzioni forti e crude e faticoso risulta il lavoro dello psichiatra manicomiale, sempre a misurarsi con deliri e allucinazioni, con urla e comportamenti violenti e irrazionali, tuttavia nei racconti dello scrittore toscano si cerca sempre una via di comunicazione coi malati, la ragione dialoga col suo opposto, si tenta la comprensione, l'identificazione, l'interpretazione, la spiegazione. Ogni schizofrenico è un essere umano che ha conservato dei legami con l'universo dei normali. Il suo mondo affettivo appare intatto, soltanto l'intelletto subisce uno sgretolamento. Profonda è poi nel libro la pietas dello scrittore verso le vittime della follia. Il dottor Anselmo, alter ego di Tobino, è narratore e personaggio di tutti i racconti. Egli è il testimone, diretto o indiretto, della storia dell'ospedale psichiatrico dove lavora. Come nel primo racconto, a mio avviso uno dei più belli, dove si limita a raccogliere e organizzare gli aneddoti dei vecchi infermieri sulla direzione dell'ospedale agli inizi del secolo, tratteggiando con abilità la figura del prorompente vecchio primario, il dottor Bonaccorsi, e degli altri medici e dirigenti di allora, il direttore Sfameni, il vice Rospigliosi, il professor Saccomanni, il dottor Anzillotti, sapendoci descrivere personalità vive e sfaccettate, attraversate dal sacro fuoco della scienza oppure animate soprattutto della vanità, mosse dall'attivismo frenetico e maniacale o dalla timida riflessività, personaggi comunque che respirano e pulsano sulla pagina. Quasi tutti i racconti sono ambientati nell'epoca dei grandi rinnovamenti, della scoperta degli psicofarmaci prima e della liberazione dei malati poi. Il dottor Anselmo talvolta è entusiasta delle nuove scoperte e dei nuovi metodi, talaltra critico, specialmente verso quella corrente della psichiatria che nega la malattia mentale o ne attribuisce le cause alla società:
In alcune occasioni pare al dottore Anselmo di giungere vicinissimo alla comprensione della malattia mentale, di afferrare "la chiave dell'enigma": "in certi momenti - gli fa dire l'autore - mi illudo di sfiorare la verità. Basterebbe ancora un poco. Poi di nuovo buio, e ancora buio". Una letteratura viva, quella di Tobino, vera, dove lo scrittore attinge con onestà alla propria personale esperienza umana e professionale.
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Pagina aggiornata il 27.10.09 |