Ex iis litteris quas Atticus
a te missas mihi legit, quid ageres et ubi esses cognovi; quando autem
te visuri essemus, nihil sane ex eisdem litteris potui suspicari. In
spem tamen venio appropinquare tuum adventum: qui mihi utinam solacio
sit! Etsi tot tantisque rebus urgemur, aut tu potes me aut ego te
fortasse aliqua re iuvare. Scito enim me, postquam in urbem venerim,
redisse cum veteribus amicis, id est cum libris nostris, in gratiam.
Etsi non idcirco eorum usum dimiseram, quod iis succenserem, sed quod
eorum me suppudebat; videbar enim mihi, cum me in res turbolentissimas
infidelissimis sociis demisissem, praeceptis illorum non satis paruisse.
Ignoscunt mihi, revocant in consuetudinem pristinam, teque, quod in ea
permanseris, sapientiorem quam me dicunt fuisse. Quam ob rem, quoniam
placatis iis utor, videor sperare debere, si te viderim, et ea quae
premant et ea quae impendeant, me facile laturum.
Da quelle lettere che, mandate da te, Attico mi ha letto, sono
venuto a sapere cosa fai e dove sei; ma senza dubbio non ho potuto
affatto supporre dalle stesse lettere quando ti vedremo. Concepisco la
speranza che si avvicini il tuo arrivo: il quale voglia il cielo mi
sia di conforto! Quantunque siamo premuti da tante e sì grandi cose,
tu forse potresti aiutare me o io te in qualche cosa. Saprai infatti
che io, dopo che sono giunto in città, mi sono riconciliato con i
vecchi amici, cioè con i nostri libri. Sebbene non per la ragione che
mi fossi adirato con loro, bensì perché mi vergognavo di loro, avevo
abbandonato il loro uso; mi sembrava infatti che, essendomi
immischiato in affari molto tempestosi a causa di assai infidi
compagni, io non obbedissi abbastanza agli ordini di quelli . Mi
perdonano, richiamano all'antico uso e dicono che tu, che hai
perseverato in quello, sei stato più avveduto di me. Per la qual
cosa, poiché mi servo di quelli ben disposti, sembra debba sperare,
se ti vedessi, di tollerare facilmente e quelle cose che incalzano e
quelle che minacciano.
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