Claudio Magris, L'elogio del copiare (articolo comparso sul Corriere della Sera il 14 ottobre 1997 e pubblicato successivamente nel volume Utopia e disincanto. Storie, speranze, illusioni del moderno, Garzanti, 2001)

 

copertina libroUna volta, al ginnasio, l'insegnante di tedesco aveva assegnato a me e a un mio amico una relazione sui canti popolari di Brentano e Arnim, cuore profondo della vecchia Germania e del Lied romantico. Procuratoci il libro, un'edizione in caratteri gotici con illustrazioni di viandanti nella selva e borghi medioevali dalle strette viuzze e dagli archi a sesto acuto, lo mostravamo ripetutamente in classe al professore, il quale, ogni volta, come se si fosse dimenticato di averne già parlato, prendeva lo spunto da quelle lettere spigolose e dai quei paesaggi assorti per tenere una bella lezione sulla Germania, i suoi sogni e i suoi grovigli, la sua cultura. Naturalmente noi eravamo contenti di far passare le ore senza interrogazioni e senza nuove cose da studiare per il giorno dopo. Ed eravamo convinti che l'insegnante, con tante classi e alunni da seguire, non se ne rendesse conto, finché, dopo una settimana di pacchia, quando alzai la mano per chiedere di uscire un momento, il professore balzò in piedi dicendo che, se gli avessimo fatto vedere ancora una volta quel maledetto libro, ci avrebbe preso a sberle. Questo minimo episodio è l'esempio di una scuola che funziona come si deve, impartendo, senza averne l'aria, molte lezioni di cultura e di vita. Ognuno fa la sua parte: gli scolari, come è giusto, cercano di schivare compiti e interrogazioni; e l'insegnante li lascia fare quel tanto che basta perché si credano astuti, finché vengono presi in castagna e, fra le altre cose, imparano precocemente a non fare i furbi, il che non è poco. Fra tutte queste manfrine, inoltre, finisce che, quasi senza accorgersene, si imparano pure Lieder, si scopre una poesia incantevole e appartata e si prende ad amarla, come e' accaduto a noi quella volta anche grazie a quella messa in scena. È allora che ho conosciuto per la prima volta, insieme con i miei compagni, quel mondo poetico della vecchia Germania e forse, sostanzialmente, non ne so molto di più adesso, anche se insegno letteratura tedesca da tanti anni. Se fossimo stati animati da un sacro zelo o dalla presunzione di svolgere una cosiddetta "ricerca", magari in polemica alternativa all'insegnamento ufficiale, probabilmente avremmo capito poco e amato meno quella poesia piena di nostalgia e d'ironia, di zingaresca libertà: è difficile che un ligio secchione o un supponente contestatore, viziati da ideologia timorata o aggressiva, si abbandonino alla musica vagabonda di quei canti. Così, cercando di approfittare di quelle poesie per studiare un po' meno, abbiamo appreso ad amarle e dunque a conoscerle. Quella storiella mi è venuta in mente leggendo, di recente, la notizia di un liceo scientifico milanese, l'"Allende", i cui scolari, dopo aver proclamato solennemente l'importanza dell'apprendimento individuale e l'esigenza di lavorare in gruppo ma senza scaricare la fatica sugli altri, hanno giurato di non copiare. C'è indubbiamente nobiltà in questo atteggiamento, in questa volontà di studiare e di reagire (affermando valori quali l'impegno e la lealtà) a una diffusa superficialità, ignoranza, mancanza d'interessi e incapacità di sacrificio e disciplina. Non so tuttavia se le forme in cui questo lodevole spirito si è espresso siano proprio quelle giuste. Anzitutto copiare (in primo luogo far copiare) è un dovere, un'espressione di quella lealtà e di quella fraterna solidarietà con chi condivide il nostro destino (poco importa se per un'ora o per una vita) che costituiscono un fondamento dell'etica. Passare il bigliettino al compagno in difficoltà insegna a essere amici di chi ci sta a fianco e ad aiutarlo pure a costo di rischi, forse anche quando, più tardi, tali rischi, in situazioni pericolose o addirittura drammatiche, potranno essere più gravi di una nota sul registro. Chi, sapendo un po' di più di informatica o di latino di quanto non ne sappia il suo compagno di banco, non cerca di passargli il tema resterà probabilmente per sempre una piccola carogna (il termine appropriato sarebbe veramente un altro, più colorito e disdicevole) e magari si convincerà che quel voto in più sulla sua pagella, casuale e precaria come ogni pagella, sia chissà che cosa: ossia diventerà un imbecille. Se agli scolari tocca copiare, agli insegnanti ovviamente tocca impedirlo, e il gioco va bene se ognuno fa ciò che gli spetta, senza bollare la copiatura come un crimine e senza rivendicarla come un diritto contro la repressione scolastica. Le cose si guastano invece quando tutti vogliono fare tutto e la scuola, o l'esistenza intera, diventa un Comitato universale permanente, in cui i docenti esortano gli alunni a manifestare la loro creatività rifiutandosi di studiare e gli alunni si mettono al posto dei docenti per rinnovare pedagogicamente la scuola, anziché marinarla ogni tanto, o lamentano che in classe non si leggano autori contemporanei, come se la scuola fosse una mucca da cui succhiare ogni latte e non fosse possibile leggere qualcosa per conto proprio. In questo non ci si diverte più, come non ci si divertirebbe a scopone se ogni giocatore, anziché cercare di far scopa, primiera e settebello, cercasse di far vincere gli altri per evitar loro frustrazioni. E se non ci si diverte, si impara poco perché le cose da apprendere - le seducenti cose del mondo, gli alberi, i Paesi lontani, la storia che ci ha fatti, la materia di cui siamo intessuti, le domande su dove andiamo e da dove veniamo, le parole che raccontano le passioni, i meccanismi che fanno circolare i beni, andare negli spazi o comunicare in tempo reale con gli antipodi - diventano pesanti doveri da assolvere o contestare, e comunque di cui sbarazzarsi appena possibile. Predicare è inutile, poco importa se pro o contro i valori: questi possono essere solo mostrati, senza l'aria e nemmeno l'intenzione esplicita di inculcarli. Forse solo in tal modo li si assorbe con tutta la propria persona, di cui diventano sostanza vissuta, così come s'impara ad amare il mare non perché si viene esortati a farlo, ma perché una volta qualcuno ci ha portato sulla spiaggia in una certa ora e in una certa luce. Forse succede così pure con la lealtà, la giustizia, la fraternità verso tutti gli uomini d'ogni stirpe e cultura, valori e sentimenti che facciamo nostri quasi senza accorgercene, perché qualcuno, in qualche modo, ci ha fatto capire e sentire che la vita, senza di essi, è un letamaio. A scuola si dovrebbe anche e soprattutto giocare e ridere, di se stessi e pure degli altri, non meno buffi e scalcagnati; ridere insieme, ogni qualvolta se ne presenta l'occasione, è un patrimonio inestimabile, che aiuta a sopportare la vita così spesso invivibile e intollerabile, soffocata non solo dalla sofferenza e dall'ingiustizia, alla fine sempre vittoriose, ma pure dall'ottusa serietà, che contribuisce anch'essa al deficit del bilancio del Creato. Da bravi studenti pronti a copiare e a far copiare è lecito dunque attendersi brave persone disilluse e generosamente solidali. Certo, anche copiare ha i suoi rischi, come accadde quando tutta la nostra classe, dinanzi a un arduo brano di Tucidide che dovevamo tradurre e che era superiore alle nostre intelligenze, lo copiò da una versione italiana che circolava sottobanco, ma sbagliando coralmente brano e copiandone uno che non c'entrava affatto con quello che ci era stato assegnato. Non è il caso di scoraggiarsi per simili incidenti di percorso, inevitabili in una sana comunità scolastica.

(l'articolo originale nell'archivio del Corriere della Sera)

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