copertina libroCosa trova il lettore in Vita e destino, romanzo dell'ucraino Vassilj Grossman (1905-1964), completato nel 1960 e avversato dalle autorità sovietiche al punto che ne confischeranno il manoscritto l'anno seguente, impedendone la pubblicazione? Anzitutto c'è un secolo, il Novecento, descritto come un inferno dantesco. Vi sono notomizzati i totalitarismi, di destra e di sinistra, che schiacciano la libertà di popoli ed individui. Vi sono ritratte le ideologie che soffocano l’umanità. I lager e i gulag. Le camere a gas e i forni crematori, che riducono gli esseri umani a cumuli di cenere, a semplici molecole e composti chimici privi di vita. I kulaki (i piccoli proprietari terrieri) e gli ebrei sterminati. L'antisemitismo, che è abbracciato sia dal nazismo che dal comunismo russo e che, per Grossman, origina dall’invidia, dall’ignoranza, dalla mediocrità, dal tentativo di identificare un capro espiatorio su cui scaricare la colpa dei propri individuali fallimenti.

Mentre divampa una guerra spaventosa, quella fra tedeschi e russi, la vita è ridotta a pura sopravvivenza. Il terrore e lo squallore dominano lo scandire dei giorni. La fame endemica corrode il corpo e lo spirito. Su tutti incombe l'angoscia di dover subire una morte violenta. Uomini e donne, vecchi e bambini vengono giustiziati senza pietà. I giovani soldati sono mandati allo sbaraglio, come fossero carne viva da inviare al macello, per ordine di alti ufficiali incompetenti e privi di qualsiasi traccia di umanità, mostri di indifferenza. Gli operai, in quella Russia comunista, che li dichiara detentori del potere, in realtà non hanno nessun diritto. La grande arte, la filosofia, persino la scienza pura, tutto ciò che è bello e nobile viene cancellato. Gli uomini sono ridotti a condurre una esistenza elementare.

Eppure, in mezzo a così grandi catastrofi, alcuni continuano a coltivare la propria umanità, ad arrovellarsi nel dubbio, a manifestare amore, a compiere errori, ma ad andare avanti, nonostante il destino avverso. In mezzo a figure meschine, abiette, volgari arrivisti senza scrupoli e burocrati senz’anima, splendidi personaggi popolano questo romanzo, come il fisico teorico Strum, pieno di timori, di dubbi, di umane debolezze, ma audace scienziato-umanista, come la di lui madre, Anna Semenova, donna colta e dalla grande dignità, come Maria Ivanovna, sempre pronta ad aiutare chi è in difficoltà, un bell’esempio di virtù femminile, fedele al marito Sokolov, che lei continua a sostenere nella buona e nella cattiva sorte pur non amandolo più, come Alexandra Vladimirovna che, malgrado l’età avanzata, è in apprensione più per la sorte dei propri cari che per la sua .
Figure indimenticabili, vive, colme di virtù ma tutt’altro che melense.

[...] tuttavia né il destino del mondo, né la storia, né la collera dello Stato, né battaglie gloriose ed ingloriose erano in grado di cambiare coloro che rispondono al nome di uomini; ad attenderli potevano esserci la gloria per le imprese compiute oppure la solitudine, la disperazione, il bisogno, il lager e la morte, ma avrebbero comunque vissuto da uomini e da uomini sarebbero morti, e chi era già morto era comunque morto da uomo: è questa la vittoria amara ed eterna degli uomini su tutte le forze possenti e disumane che sempre sono state e sempre saranno nel mondo, su ciò che passa e ciò che resta.

Annota Grossman nel suo bellissimo romanzo:

La prima metà del XX secolo sarà ricordata come l’epoca delle grandi scoperte scientifiche, delle grandi rivoluzioni, di mutamenti sociali grandiosi e di due guerre mondiali. Ma la prima metà del XX secolo passerà alla storia dell'umanità anche come l’epoca dello sterminio capillare di enormi strati della popolazione europea in nome di teorie sociali e di razza. Per comprensibile pudore, al giorno d’oggi si preferisce tacerne. Uno dei tratti più stupefacenti della natura umana che affiorò in quegli anni fu la remissività [...].
Milioni di persone vissero in lager giganteschi [...]
E non furono decine di migliaia né di milioni, bensì moltitudini sterminate i testimoni rassegnati e docili di quella strage di innocenti. Non solo: quando era loro ordinato, quegli stessi testimoni votavano a favore dello sterminio, acclamando a gran voce il massacro. Tanta succube obbedienza pareva inimmaginabile.

La maggioranza degli uomini, dunque, è ignava e obnubilata dalla propaganda. Nell'opera abbondano le considerazioni sulla psicologia delle masse. E sulla caducità dell'esistenza umana in guerra: “adesso ci sei, tra un attimo chissà”.
Tra gli orrori della guerra c’è spazio pure, fortunatamente, per la compassione, magari per gli animali smarriti, anche loro creature inermi di fronte a tanta violenza. Una cappa di ferocia e di morte incombe su tutto, mentre gli uomini continuano disperatamente a vivere, attaccati all’esistenza, con i loro appetiti, le loro aspirazioni, le loro beghe familiari. E le pesanti burocrazie statali impediscono il libero manifestarsi della creatività, in nome della fedeltà a ideologie deliranti.

Come nei bei romanzi tradizionali di qualità, ci sono digressioni e bei dialoghi che riguardano non solo la politica, lo stato socialista e la democrazia, ma persino la letteratura, la scienza e le grandi questioni esistenziali: si discetta di realismo socialista e decadentismo, della grandezza di Tolstoj, Dostoevskij, Cechov ed Einstein, dell’immensità dell’universo e dello sviluppo umano, e dei relativi pericoli, alla luce delle conquiste della ragione e della tecnica.

C’è una miriade di personaggi nel vertiginoso romanzo di Grossman, in questo grande affresco del Novecento, che il lettore fatica a seguire e spesso, anzi, finisce col perdersi, come in un labirinto che ha i colori dell’incubo. Alla Lubjanka, edificio moscovita sede della polizia politica sovietica, i compagni stalinisti estorcono confessioni per crimini mai commessi a persone con la tessera del loro stesso partito, bolscevichi e leninisti veri. Fanno uso di una sottile violenza psicologica e di pestaggi condotti in modo scientifico. Il libro ci conclude con la sconfitta delle truppe tedesco-hitleriane a Stalingrado. La sconfitta militare dei nazisti apre i cuori al riscatto della libertà a al ritorno a una vita umana.

Vita e destino, che può considerarsi il Guerra e Pace del Novecento, come il capolavoro di Tolstoj è una narrazione di ampio respiro e di grande saggezza. I lager, così minuziosamente descritti, appaiono come una sinistra premonizione della possibile degenerazione della società tardo-moderna, dove la ragione strumentale e la tecnica, in alcune loro manifestazioni, minacciano la libertà umana a vantaggio dell’efficienza e della soluzione pratica dei problemi.

Ha scritto il grande critico letterario George Steiner: "Libri come Vita e destino eclissano quasi tutti i romanzi che oggi, in Occidente, vengono presi sul serio".

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